Di seguito il testo integrale dell’Omelia del Vescovo Giuseppe in occasione della chiusura dell’Anno Straotdinario della Misericordia.

Chiesa pellegrina in Nocera Inferiore – Sarno,

sarà il canto del Magnificat a suggellare, per così dire, la conclusione di questo Anno Santo straordinario della Misericordia, voluto dal grande cuore di Papa Francesco, al quale sempre è indirizzato il segno della nostra stima, riconoscenza e obbedienza ecclesiale. La Chiesa chiede a Maria, sua Madre, le parole, il ritmo, il canto per dire grazie al suo Signore, quasi sollecitata dalle indicazioni del salmista: Cantate inni al Signore con la cetra, / con la cetra e al suono di strumenti a corde; / con le trombe e al suono del corno / acclamate davanti a re, il Signore. / (cfr Sl 97). E lo fa facendosi prestare le parole da Maria, con quell’inno, il Magnificat, che la Chiesa ripete ad ogni vespro, intonandolo nel crepuscolo della storia con la speranza però di completarlo sulla soglia del Regno. Con le parole di Maria, sintesi della storia biblica, con il grembo già gravido e pieno di Cristo come lei, quasi prezioso tabernacolo, la Chiesa in fretta si alza e va verso le regioni montuose per entrare, colonna sonora il Magnificat, nelle case delle tante Elisabette che attendono la salvezza. Canta la Chiesa e con Maria va e annuncia che il Signore guarda l’umiltà, fa grandi cose perché la sua misericordia si estende di generazione in generazione. Con Maria, canta la Chiesa e ci invita ad avere uno sguardo di lettura profetica sul nostro presente, sul passato e sul futuro a venire. Edotta da Maria, la Chiesa sa che Colui che è potente ha disperso i superbi, ha rovesciato i potenti, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. La Chiesa lo sa e, pur immersa nelle ombre, canta perché Dio si ricorda della sua misericordia. Come Maria, la Chiesa canta e rimane per circa tre mesi nella casa di Elisabetta, quale Arca della nuova alleanza, segno concreto di vicinanza e servizio. Sulla soglia della casa di Elisabetta, nell’incontro di due madri e di due grembi, nell’attesa di far nascere la vita, la Chiesa canta e poi, dopo un Anno Santo, torna a casa sua quasi rientrando nell’ordinario della vita, recando con sé il dono ricevuto e pronta sempre a spargere il seme della gioia nei solchi, madidi di sudore, dei nostri territori. Questo ritorno però non è triste, perché siamo coscienti che da quando Gesù, nella sinagoga di Nazareth, ha promulgato l’anno di grazia e di misericordia del Signore (Lc 4, 20) lo squarcio nel costato di Cristo rimane sempre aperto e le sue braccia perennemente spalancate. Nel tempo, per una pedagogia pastorale e medicinale, la Chiesa indice gli Anni Santi, ma noi ben sappiamo che dall’ora della Croce, dal suo Consummatum est (Gv 19, 30), ogni anno è santo e ogni tempo, celebrato nei segni liturgici, è tempo di misericordia. Abbiamo avuto la grazia di attraversare la Janua misericordiae ed è bello oggi, concludendo questo tempo, di fare grata memoria di tutti coloro che a Roma, in Diocesi o in altri Luoghi, facendosi pellegrini, sono passati, cioè hanno fatto Pasqua, attraverso la porta che è e rimane segno di Cristo. Ed è bello stasera ringraziare tutti coloro – sacerdoti, volontari, forze dell’Ordine – che ci hanno accompagnato permettendo, anche nella sicurezza, di varcare le tante porte sante. Quella porta, cioè Cristo, anche se si chiude il segno, è, rimane e rimarrà aperta, perché una volta per sempre, sull’altare della Croce il Figlio, in obbedienza al Padre, ha donato lo Spirito, per ogni uomo e per l’uomo di sempre. Così la redenzione oggettiva si è compiuta e consumata, nell’attesa che essa diventi per ognuno accoglienza e redenzione soggettiva, perché sempre e in ogni stagione della storia, il già della misericordia attende il non ancora dei misericordiosi, capaci di raggiungere le altezze del Padre: misericordiosi come il Padre. Tesi tra il già e il non ancora, in attesa del giorno rovente, nel frattempo, oggi, – posto tra la prima venuta del Signore e il suo ritorno glorioso – ci è donato come unica possibilità lo spazio della nostra vita, da riconoscere umilmente come paglia, ma anche come tempo e luogo dalle mille possibilità offerteci dal Signore e da giocare in campo. Nel frattempo, che è la nostra vita, tutta intessuta tra grazia e peccato, nella libertà e responsabilità, è bello accogliere il suggerimento dell’apostolo, per vivere in un modo semplice ed ordinato:

…chi non vuole lavorare, neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni tra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità. (cfr 2Ts 3, 7-12).

E, lavorando in pace, attingiamo alle esortazioni del Maestro: Badate di non lasciarvi ingannare! rimanendo attenti, nel groviglio della storia, tra terremoti, carestie, pestilenze, fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo, ad affinare lo sguardo e sapere guardare oltre la porta chiusa, con quella del cuore sempre spalancata, verso Oriente da dove ritornerà il Signore. Questo sguardo attento, specialmente se affinato dal dolore e dalle lacrime, è sguardo di profezia, di gratitudine, misericordia, stupore sempre nuovo dinanzi al dono offerto e non ancora pienamente accolto. L’Anno Santo, se vissuto bene, non ci lascia l’amaro in bocca, ma la certezza che la porta, che è Cristo, si nasconde e si identifica con tante porte, anche rovinate e sgangherate, messe in soffitta, che attendono di essere riprese e restaurate perché ogni uomo è una porta da attraversare o può diventare un muro sul quale sbatte e si infrange il mio orgoglio. Invochiamo lo Spirito Santo che, con brezza leggera o scuotendo con forza, può aprire e lasciare aperte tutte le porte, a cominciare da quella del nostro cuore, che tende sempre a rinchiudersi. Che stasera, come Maria, alla scuola del Magnificat, ognuno ridiventi una porta, aperta, spalancata, accogliente, capace di far risuonare il canto della misericordia e il pianto dei miseri e dei miserabili, in modo da non vivere di nostalgia per la porta che viene chiusa. Solo così l’Anno Santo continuerà nell’Anno Liturgico e ognuno si impegnerà ad essere una porta santa, vita ordinata, testimonianza, martirio: metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. (Lc 21, 12-13). Nella certezza, frutto di fede, che nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto, saremo porte capaci di fare entrare e far uscire i tanti prigionieri della paura e della solitudine che hanno smarrito lo spartito del canto del Magnificat, anche mettendo in conto che su qualche porta resteranno alcune gocce del sangue della nostra vita.

Maria, Donna del Canto,

Ianua Coeli, ci accompagni

e ci sostenga fino a quella Domenica senza tramonto quando, vedendo il suo Volto,

in aeternum Domini misericordias cantabo.

Si, canterò per sempre la misericordia del Signore e il sogno si farà realtà, perché la realtà avrà superato il sogno.

Amen.

+Giuseppe, vescovo